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Dr.ssa Francesca Liguori
Dr.ssa Licia Saya

Intervista degli studenti sul fenomeno attuale dell’immigrazione clandestina

1. Cosa avviene nella nostra psiche, quando si sta per affrontare un viaggio, probabilmente anche senza ritorno, abbandonando i propri cari e le proprie abitudini di vita, il cui scopo è quello di sopravvivere?
Comincio a risponderti con un’altra domanda:
“Il migrare è solo una risposta obbligata a condizioni di oppressione e violenza, di invivibilità e povertà…E’solo qualcosa che non si è scelto oppure può essere anche altro, una ricerca esistenziale della persona, che nasce nell’interiorità fino a prendere forma prepotentemente?”
In entrambi i casi il migrante parte dalla stessa necessità: cioè quella di abbandonare in maniera indispensabile ed urgente le modalità fallimentari ed oppressive abituali, per sperimentare possibilità alternative. Ciò che cambia, fondamentalmente, è il fatto che in un caso si fugge dalla miseria e dalla violenza e nell’altro si fugge da un sistema di relazioni e di spartizione di beni inaccettabile.
Chiediamoci se esistono “il migrante” e “l’immigrato” in assoluto o se invece ci troviamo di fronte a due elementi fondanti tale dimensione, ossia il concetto di “straniero” e di “viaggio”; dove il termine “straniero” è sempre riferito ad un contesto specifico, pensiamo all’esule, ma anche al turista, al pellegrino, all’immigrato o emigrante e al vagabondo; e il viaggio, qualunque tipo di viaggio, diventa la dimensione in cui lo straniero si sottopone alla fatica e all’avventura di un percorso, per giungere ad una meta, cioè ad un luogo che non gli appartiene, ma di cui vorrebbe in qualche modo prendere possesso, anche solo temporaneamente se si tratta di un turista, definitivamente nel caso dell’immigrato, religiosamente se il viaggio è un pellegrinaggio.
Rimanendo su questo tema, pensiamo cronologicamente ad un viaggio: si scopre nella partenza il dolore o la gioia di una separazione; l’ora della partenza infatti, se da un lato riempie il viaggiatore di speranza e attesa verso un mondo che ha tanto sognato e immaginato, tanto da averlo plasmato e rappresentato con i suoi desideri, dall’altro lato, l’idea del viaggio provoca in colui che si accinge ad abbandonare i suoi familiari, i suoi affetti e le sue radici, un senso di tristezza.
Pensiamo inoltre a ciò che comporta questa separazione per l’identità della persona: all’interno di una cultura una persona sviluppa la propria identità, definita dalle impronte simboliche date dal gruppo familiare e dai successivi gruppi sociali; la psiche si costituisce come una trama relazionale all’interno del gruppo di appartenenza. Emigrare comporta la perdita della rete di significati, relazioni, usi, che assicurano e preservano il senso della propria identità, organizzandone i confini. Essi diventano sempre più labili, aprendo zone di confusione tra sè e l’altro, tra il dentro e il fuori e obbligando a colmare il vuoto generato ricostruendo tutti gli elementi di cui è fatta la propria vita e la propria storia.
Quindi, in questa cornice, possiamo cogliere come lo status di immigrato non sia una categoria psicologica univoca: è un errore comune pensare che gli immigrati siano tutti uguali, essi non sono accomunati dall’essere immigrati ma continuano a cercare la loro appartenenza segregandosi in “gruppi etnici”.

2. Quale potrebbe essere, per questa gente, il modo migliore per integrarsi: continuare a condurre uno stile di vita simile a quello del paese di origine oppure uniformarsi completamente a quello del paese in cui si è stati accolti?
Prima di parlare di “integrazione”, bisogna parlare di “disintegrazione” , del legame sociale e culturale…Come abbiamo già accennato, l’immigrazione provoca una rottura che colpisce profondamente la continuità di sé, l’immagine corporea, l’organizzazione delle proprie identificazioni e dei propri ideali, la coerenza del modo personale di sentire, pensare, agire, l’affidabilità dei legami di appartenenza ad un gruppo, l’efficacia del codice comune a tutti quelli che partecipano di una stessa socialità, di una stessa cultura.
In tutti i gruppi esiste un’altra identità che si appoggia non su una integrazione, ma su una socializzazione, dove individuo non possiede un’identità in quanto tale, ma grazie all’appartenenza al gruppo. Il processo di socializzazione viene messo fortemente alla prova, nella sua stabilità e autenticità, quando l’individuo affronta la migrazione; nel migrante, il vincolo che viene colpito in maniera più manifesta nella sua continuità, è quello sociale. Egli sente di non appartenere più al mondo di prima, ma non appartiene neanche a quello a cui approda; “non esiste né più lì né ancora qui”: egli sperimenta l’assenza di una storia condivisa, l’assenza del proprio passato, di cui non ci sono i “testimoni”, l’assenza di segni impliciti comuni, del “già conosciuto” e dei punti di riferimento costituiti dalla famiglia e dai vincoli socio-culturali. Tutto ciò mette a dura prova la continuità dei legami identificatori, produce un “silenzio”, che si avverte quando non si ascoltano voci simili alla propria. Non si tratta di un silenzio d’attesa, che precede la capacità di comprendere, ma del “silenzio del vuoto”, generato dall’improvvisa interruzione della continuità della propria esistenza.
Gli effetti negativi di questo complesso fenomeno psico-sociale risiedono nell’alienazione e nell’estraniazione, che producono non solo un isolamento materiale, ma soprattutto la mancanza o l’alterazione delle relazioni sociali; talvolta, l’ambiente sconosciuto costringe a guardarsi con gli occhi degli altri, a sentire il proprio corpo diverso, soprattutto se lo è anche per i caratteri somatici, oltre che i propri modi di vivere ed i propri valori, in maniera tanto più violenta e radicale quanto più è grande la distanza fisica e culturale. L’immigrato è spesso costretto dalla cultura e dalle politiche economiche dominanti a collocarsi in uno spazio sociale senza riconoscimenti, perso nell’anonimato, rifiutato come “altro” modello culturale e considerato e accettato solo come forza-lavoro. La persona, in questo modo, perde la sua potenzialità di autodeterminarsi come soggetto e viene ridotto a corpo determinato da strutture economico-sociali e regole a lui estranee.
Il paese “ospitante”, la nuova cultura e anche i centri di accoglienza, chiedono l’impossibile quando per integrazione si intende la sostituzione dei codici originari con i codici nuovi; questo può dar vita ad una falsa integrazione e ad una angoscia esistenziale del nuovo arrivato.

3. Se ci si trova davanti ad una palese manifestazione di razzismo, come intervenire, senza aggravare ulteriormente la situazione?
Il razzismo e la xenofobia sono forti cause di conflitto e nel passato anche recente sono stati all’origine di scontri violenti tra gruppi; è chiaro che non possiamo ignorare che esistano delle differenze, a volte anche profonde, tra gruppi e che non dobbiamo combatterle, ma difenderle e legittimare la loro presenza nel mondo.
Oggi si parla tanto di società multirazziali, di cultura dell’intercultura, di tutela dei diritti umani e di libertà d’espressione… di fatto tali auspicabili obiettivi non sono ancora stati raggiunti proprio a causa di insistenti o rinnovati fenomeni di razzismo e xenofobia che creano esclusione e producono sentimenti di alienazione in chi li subisce.
La difficoltà principale nell’affrontare il tema del razzismo è quella di rendere evidente il problema poiché è purtroppo diffusa la mancanza di consapevolezza; c’è una sorta di rifiuto di vedere e di affrontare il problema. Addirittura, molte persone che affermano di non essere razziste, spesso, più o meno inconsapevolmente, evidenziano poi atteggiamenti di razzismo e intolleranza molto forti.
Innanzi tutto è indispensabile informare, sensibilizzare ed educare l’opinione pubblica, a partire proprio dalle giovani generazioni, affinché siano strumento di promozione di una nuova era, di una nuova società globale in cui siano rispettati i diritti umani di tutti, senza distinzioni di razza, sesso o religione.
Pertanto, un primo passo è quello di far emergere il problema, renderlo noto informando e studiando la storia del passato, perché tenere viva la memoria dei tragici avvenimenti vissuti e comprenderne le cause profonde possa essere di insegnamento per il futuro.
Educare, poi, significa conoscere e riconoscere le diverse realtà che ci circondano, scoprirle ed apprezzarle proprio in virtù della loro diversità e della possibilità di un reciproco arricchimento; comprendere a fondo le reciproche influenze tra Paesi, con le loro culture, religioni e sistemi di idee. Questo vorrebbe dire puntare su una educazione multiculturale, per esempio attraverso la lettura degli autori di tutto il mondo per ascoltare la voce di coloro che per noi rappresentano gli “altri”; essere coinvolti in primo piano in azioni di solidarietà, dare prova, con i nostri comportamenti quotidiani, di umanità e rispetto per l’altro; contrastare l’uso di giudizi stereotipati, linguaggi offensivi e atteggiamenti denigratori nei confronti di persone di razza, etnia, cultura o fede differente dalla nostra; e infine, creare nuovi modi alternativi per combattere il razzismo e la xenofobia. Tutto questo noi lo possiamo e lo dobbiamo fare.

4. Come la mente dell’individuo appartenente al paese ospitante identifica a primo impatto la persona immigrata; ovvero, prima ancora che intervenga la ragione, l’istinto possiede già una certa qual forma di pregiudizio, o questo è solo una costruzione mentale posteriore?
Per rispondere a questa domanda, vorrei citare un breve aneddoto: “In principio c’era IO”
Un giorno “Io” si accorse di non essere più “solo”, ma di avere a che fare con un “l’altro-diverso-da-sé”, del tutto simile a lui e con la pretesa di avere gli stessi diritti. Dapprima cercò di eliminarlo, negandogli il diritto di esistere; ma l’”altro” era sempre lì…Visto inutile ogni sforzo, cominciò a “tollerare” la sua presenza, considerandolo però di natura inferiore e prodotto del “male”. Ebbe inizio così la discriminazione tra uomo e uomo, tra uomo e donna, tra buoni e cattivi, tra esseri superiori e inferiori, tra prede e predatori, tra primitivi e civilizzati, tra oppressi ed oppressori, tra ricchi e poveri, tra nord e sud… In seguito, in nome di questa discriminazione arrivarono le lotte, le conquiste, le guerre sante, i colonialismi, le acculturazioni, il senso di appartenenza ad un “noi”, le divisioni, le segregazioni… La storia dell’uomo sulla terra è lastricata di lotte per la conquista e l’eliminazione dell’”altro”. Nonostante tutto l’”altro” continuò ad esistere e ad affermare il proprio “diritto ad avere dei diritti” e di “stare alla pari” con “Io”. Dopo tante lotte, divisioni e sopraffazioni un giorno “Io” si rese conto che la storia del progresso e dello sviluppo dell’uomo passava non tanto dall’eliminazione dell’”altro”, ma piuttosto dal RICONOSCERE – VALORIZZARE -PROMUOVERE la sua differenza. Solo a questo punto “Io” cominciò a pensare che bisognava cambiare rotta, che c’era tutto un nuovo cammino da fare assieme all’”altro”. Ed i “passi storici” che rimanevano ancora da fare erano molti. Limitarsi semplicemente a tollerare la presenza dell’altro non bastava più, occorreva passare dalla tolleranza all’uguaglianza; e poi da un’uguaglianza omologante a un’uguaglianza nella differenza e alla capacità di stare assieme ciascuno con le proprie differenze, nel dialogo; e infine, dalla differenza riconosciuta e accettata come “ricchezza” alla capacità di progettare assieme un cammino per il bene comune, passando da un progetto in funzione di un “noi” ad un progetto in funzione di sempre nuovi “altri”.
L’alterità e il contatto con il diverso sono inevitabilmente carichi di tensione emotiva. Non è però il contatto difficile con il diverso a costituire di per sé una forma di razzismo, bensì un’interpretazione di tale differenza, in gran parte dipendente da un contesto sociale e culturale. Si ha razzismo quando la differenza è utilizzata a proprio favore e a danno dell’altro, in modo che essa produca ineguaglianza e subordinazione.
La xenofobia, ossia la “paura del diverso, di ciò che ci è estraneo, può facilmente portare al pregiudizio, all’intolleranza, alla discriminazione, alla persecuzione e persino all’eliminazione fisica, come per l’omofobia e il razzismo; essa è un’esasperazione dell’etnocentrismo, cioè della propensione a ritenere che gli usi e i costumi della propria comunità siano superiori a quelli di qualsiasi altra. Determinate situazioni sociali favoriscono l’insorgenza del pregiudizio: per esempio l’eterogeneità (razziale, religiosa, linguistica) della struttura sociale o la tendenza all’aumento numerico di un gruppo di minoranza. Non è un caso che il razzismo trionfi maggiormente nei Paesi Ricchi, in cui la spinta all’individualismo e alla competitività sono maggiori, dove mancano uno spiccato senso della solidarietà ed una comunione di mezzi e di attività finalizzate al benessere di tutta la comunità, intesa come co-operazione di tutti gli individui che ne fanno parte con uguali diritti di accesso alle risorse e di beneficio dei prodotti ottenuti.

5. Come si fa a cercare di comprendere quali sono le esigenze di questa gente, senza colpirne la sensibilità, quando questa, con alle spalle un passato difficile, non vuole aprirsi al dialogo con l’altro?
Per comprendere le esigenze di queste persone e capire il senso di alcuni comportamenti è fondamentale riflettere sul disagio esistenziale vissuto. Gli immigrati possono andare incontro a vari problemi psicologici a causa della loro condizione: dai sensi di colpa di chi lascia i propri cari, al sentimento di fallimento all’origine di uno stato depressivo. Poi esistono problemi connessi allo sfruttamento e a condizioni di vita difficili, soprattutto per coloro che risultano “irregolari” nel paese ospitante: vittime di plagio, difficile riconogiungimento con i figli, poco tempo libero che produce scarsa integrazione e salute trascurata. In alcuni casi, aggressività, delinquenza o abuso di alcol possono essere la manifestazione di questo disagio psicologico.
Diverso è il processo psicologico per i giovani migranti che si ricongiungono ai genitori in Italia e devono ricominciare la vita con loro dopo anni in cui sono stati cresciuti da altri parenti, e magari ricevono richieste che non accettano perché prendono come modello i coetanei italiani.
Un altro caso ancora è rappresentato dalle seconde generazioni, cioè dai giovani nati e cresciuti in Italia da genitori migranti, che a volte formano delle vere e proprie bande, in quanto hanno difficoltà psicologiche legate all’identità; in particolare gli adolescenti,oltre alle difficoltà naturali dovute all’età, devono fare i conti con la condizione di straniero (possono richiedere la cittadinanza italiana solo dopo aver compiuto 18 anni) e spesso fungono da ponte fra i genitori e la società, accollandosi il peso della mancata integrazione dei genitori stessi.
All’interno di questa analisi psicosociale, la scuola può rappresentare il terreno di incontro fra individui provenienti da diverse realtà etniche, sociali, culturali e politiche. In particolare, il ruolo dello psicologo scolastico rispetto a questo tema, è duplice: da una parte guidare gli individui coinvolti nel fenomeno dell’immigrazione, aiutandoli a contenere e gestire le proprie ansie e paure, dovute al fatto che la migrazione è spesso percepita come un’esperienza traumatica accompagnata da un processo di lutto e da una crisi di identità; dall’altra, egli ha il compito di facilitare l’incontro fra soggetti immigrati e Paese ospitante, allo scopo di produrre un processo di integrazione ideale, tramite un adattamento reciproco.
Alcune problematiche sociali, ad esempio fenomeni di disadattamento, di delinquenza, fino a determinate forme di psicopatologia, evidenziano un profondo stato di sofferenza, nel momento in cui ci si trova ad affrontare il problema di come integrare all’interno della propria cultura persone con valori e idee differenti. L’incontro di culture e di razze diverse può provocare, sia all’interno della popolazione che accoglie sia negli immigrati, ansie, connesse al timore di essere invasi da qualcosa di sconosciuto che minaccia la propria identità; in un’ottica conservativa, l’attivazione di meccanismi psicologici di difesa, permette di difendersi da stimoli ritenuti pericolosi in quanto percepiti come diversi rispetto alla situazione attuale e come potenzialmente capaci di modificare gli equilibri esistenti.

Licia Saya

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